

55. Le sette italiane e la monarchia sabauda: l'insurrezione in
Piemonte.

Da: R. Romeo, Dal Piemonte sabaudo all'Italia liberale, Einaudi,
Torino, 1963.

Come nel regno delle due Sicilie, anche in quello di Sardegna
erano maturate certe condizioni prerivoluzionarie. Come afferma lo
storico italiano Rosario Romeo, l'opposizione all'assolutismo
monarchico, l'aspirazione all'ottenimento di una Costituzione come
quella spagnola, l'avversione all'Austria, erano penetrate in una
parte della nobilt e fra i giovani ufficiali, influenzati dagli
scritti di Vittorio Alfieri, che coltivava le memorie classiche
della tradizione nazionale italiana. Una tale insofferenza si
diffondeva attraverso l'attivit di societ segrete come gli
Adelfi, i Sublimi maestri perfetti, diretti dal rivoluzionario
Filippo Buonarroti, e i Federati, tutte comunque lontane, come la
Carboneria, dalle masse contadine. La fiducia riposta dai
cospiratori in un esponente della dinastia sabauda, Carlo Alberto,
perch appoggiasse l'insurrezione, si dimostr fallace e il
mancato sostegno dei Savoia agli insorti favor la restaurazione
da parte dell'esercito austriaco.

Il compito di dar voce al disagio della societ piemontese,
rinserrata nelle forme inadeguate della monarchia assoluta, e
insieme di esprimere le esigenze che venivano maturando nel clima
politico e morale della societ italiana ed europea del periodo
postnapoleonico, spett a uomini diversi. Diversi non gi nella
provenienza sociale, ch per gran parte appartenevano allo stesso
ceto nobiliare, e in parte non diversi anche nelle origini ideali,
poich anch'essi orgogliosamente proclamavano di volersi
riallacciare alla tradizione monarchica del vecchio Piemonte: ma
diversi nello spirito con cui riprendevano questa tradizione, e
nell'animo con cui da essa muovevano per un allargamento degli
orizzonti ideali che avevano fin qui caratterizzato la vita del
paese. E' insomma una giovane nobilt, nel senso fisico ma pi nel
senso morale, quella che si fa portatrice delle pi decise istanze
di rinnovamento in seno alla classe dirigente: e la sua maggiore
forza sta proprio nella energia morale e nella fede che eran
venute ormai meno agli uomini della generazione precedente. [...]
La rivendicazione della tradizione nazionale assume tono e
significato interamente nuovo attraverso l'insegnamento
dell'Alfieri. Nella classe colta e nei giovani ufficiali nobili
che prepararono il Ventuno la libert metapolitica dell'astigiano,
il suo culto anarchico di un astratto individuo fuori della storia
e di una Italia ideale che vive soprattutto nelle memorie
classiche, viene a mediarsi con la realt dello Stato e della
societ piemontese, con le ambizioni e speranze italiane nate
durante l'era napoleonica, con l'orgoglio militare della
tradizione sabauda. Ma al centro di questo spirito nuovo rimane
intatto nei migliori, e in modo tipico e quasi paradigmatico nel
Santarosa, che di quella generazione fu certo il rappresentante
morale pi saldo della educazione alfieriana, che la virt 
quella tal cosa, pi ch'altra, cui il molto laudarla,
l'insegnarla, amarla, sperarla e volerla, la fanno pur essere; e
che null'altro la rende impossibile, quanto l'obbrobriosamente
reputarla impossibile. [...].
Ma nel complesso il moto piemontese rimase al di qua del limite
raggiunto invece dall'ambiente lombardo del Conciliatore
[periodico milanese  pubblicato dal 1818 e chiuso dagli austriaci
nel 1819], e per ci stesso legato a moduli e forme
classicheggianti alquanto arretrate rispetto ai problemi che
agitavano allora il mondo culturale europeo. E ci spiega il
distacco e i giudizi polemicamente severi, ma tuttavia importanti,
che anche membri piemontesi del moto romantico diedero
dell'atmosfera culturale subalpina del tempo. [...].
Anche per questa giovane nobilt piemontese la piattaforma
politica da cui muovere restava pur sempre la monarchia sabauda,
con il suo esercito, le sue tradizioni militari, la secolare
funzione italiana (di cui allora cominciava l'esaltazione, che
dalla storiografia aulica verr spinta poi al di l dei limiti di
ogni ragionevole verosimiglianza). Ufficiali essi stessi per la
maggior parte, o comunque vicini all'ambiente militare, questi
giovani aristocratici avevano subito tratto, dall'invocazione
alfieriana alle armi, l'incitamento a sottolineare l'importanza
dell'esercito subalpino, l'unico vero esercito di cui l'Italia
potesse vantarsi. [...].
Ma l'esercito voleva dire monarchia e ci poneva tutto il problema
politico del rapporto tra il programma nazionale italiano e la
dinastia sabauda. In realt, aspirazioni e direttive di espansione
italiana erano vecchia tradizione della diplomazia sabauda, gi da
qualche secolo.
C'era dunque qualche fondamento nella speranza dei patrioti
liberali di poter investire la monarchia delle nuove aspirazioni
nazionali e di poterne fare la bandiera e la guida della guerra
italiana contro l'Austria. Ma riposava, questa speranza, su un
equivoco sostanziale. Perch nei circoli dinastici si parlava s
di espansione contro l'Austria, ma sempre nell'ambito della
tradizionale politica dei gabinetti, che offriva assai scarse
prospettive in questo senso, almeno per il momento, e senza alcuna
prospettiva di valersi, per questo, di forze che apparivano
strettamente imparentate con l'odiato mondo rivoluzionario: e ci
escludeva che un ceto di governo cos misoneista [avverso alle
novit] come quello che attorniava re Vittorio Emanuele primo
volesse imbarcarsi in una impresa cos vicina al programma dei
rivoluzionari come la guerra nazionale per l'Italia.
In tal modo il successo della nobilt liberale restava
condizionato all'appoggio della monarchia: che era poi una
conseguenza inevitabile della debolezza politica di quella
nobilt, la quale aveva solo scarsissima influenza sulle masse
popolari, abituate da secoli a una fedelt monarchica che
l'assolutismo napoleonico non aveva certamente svolto in senso
liberale. Solo qualche frazione borghese veniva allora mettendosi
in movimento nell'ambito delle sette: con un programma, per altro,
che appariva troppo avanzato a molti della nobilt liberale. Le
sette antinapoleoniche, che avevano combattuto l'Impero in nome di
un programma liberale, rimasero presto deluse della Restaurazione
e proseguirono la loro attivit contro il nuovo governo; mentre la
Massoneria, ufficialmente riconosciuta sotto l'Impero, veniva
proibita dal nuovo regime. Il nucleo della opposizione settaria in
Piemonte par che si debba vedere nella Societ degli Adelfi,
formata da elementi militari e da vecchi Giacobini avversi
all'Impero gi prima della caduta di Napoleone.
Successivamente gli Adelfi, nel 1818, vennero inseriti come un
grado inferiore, o una societ subordinata, nella setta dei
Sublimi Maestri Perfetti, creata e diretta dal vecchio cospiratore
giacobino ed egalitario Filippo Buonarroti. Caratteristica
dell'organizzazione buonarrotiana, che sembra avesse a Torino il
suo maggiore centro italiano, era il gradualismo, che ammetteva
una serie di programmi politici per i diversi gradi della setta,
ciascuno dei quali era solo preparatorio e parziale rispetto al
vero e ultimo programma comunistico, noto solo ai membri del terzo
grado; mentre il primo grado si limitava al deismo e alla
sovranit popolare; e il secondo alla repubblica.
Nel complesso mondo politico di allora tutto ci consent di
organizzare, sulla base di un programma costituzionale e
antiaustriaco, una larga cospirazione nella Societ dei Federati,
collegata anch'essa all'organizzazione buonarrotiana come grado
aperto; e questa societ si diffuse rapidamente in Piemonte e
nella Lombardia. I Federati furono dunque, essenzialmente, una
societ con programma mirante alla Costituzione e
all'indipendenza: e in quanto tali ebbero larghissima diffusione
nell'Italia settentrionale e in Toscana, superando la Carboneria,
che tuttavia dopo il 1815 fece anch'essa rapidissimi progressi,
con analogo programma.
Tuttavia, neanche queste sette ebbero carattere veramente
popolare, nel senso cio che ad esse aderissero larghe masse
politicamente attive: ch a ci ostava la struttura stessa
dell'organizzazione settaria, inadatta a mobilitare e guidare pi
che un ristretto gruppo rivoluzionario; bench gi la Federazione,
con i suoi statuti pi aperti, mostrasse l'esigenza di forme pi
moderne di organizzazione. Nella Federazione entrarono anche molti
della nobilt liberale: ma dentro il mondo settario con la
rivoluzione di Spagna del 1820 si cominci presto a delineare una
scissione che divenne sempre pi netta. Sino allora, infatti, il
programma dei Federati si era limitato alla conquista di una
monarchia costituzionale: ma l'esempio spagnolo, e specialmente
quello napoletano, spinsero la parte pi avanzata delle sette a
schierarsi a favore della Costituzione spagnola, monocamerale e a
carattere pi democratico; mentre [...] la nobilt liberale
vagheggiava in genere una Costituzione bicamerale con una Camera
alta che assicurasse il privilegio politico ereditario della
nobilt. Sennonch, la nobilt venne presto a trovarsi in
minoranza rispetto al grosso delle sette, formato da borghesi, da
ufficiali inferiori e sottufficiali eccetera tendenti alla
Costituzione di Spagna; e nei mesi decisivi, tra la fine del 1820
e il 1821, ci bast a determinare fratture e scissioni nel gruppo
aristocratico, che vide l'appartarsi di uomini come Cesare Balbo
[politico e letterato, in seguito fautore di un'Italia federata a
guida piemontese] ed altri riluttanti ad un'avventura a carattere
democratico. [...].
Una larga parte della nobilt sotto l'urgere delle circostanze
venne convertendosi alla posizione pi audace del Santarosa a ci
eccitata anche dalle pressioni dell'ambasciatore spagnolo Bardaxi:
ogni giorno accadeva di scorgere che elementi moderati avevano
ripudiate del tutto le antiche opinioni, ed erano invece
entrati nelle societ segrete, dei cui programmi divennero ora
capisaldi essenziali la Costituzione di Spagna e la guerra contro
l'Austria. [...]
Venne cos maturando nei mesi decisivi di gennaio e febbraio 1821
la decisione di passare all'azione; mentre le autorit
governative, paralizzate dal timore delle sette, circondate di
cospiratori appartenenti al medesimo ceto e spesso alle famiglie
stesse della classe dirigente, assistevano quasi immobili e
impotenti al maturare degli avvenimenti. Ma il piano dei
cospiratori sub un primo grave colpo col venir meno di Carlo
Alberto [membro del ramo dei Savoia-Carignano, designato erede al
trono] all'atteggiamento (se non proprio alle promesse) della
vigilia, su cui tanto avevano contato i capi della congiura per
forzare la mano al re e ottenere una costituzione.
Non  improbabile che al momento dell'azione il debole carattere
del Carignano cedesse alla tensione; ma tutto ci, che doveva dare
inizio al dramma personale e psicologico che si chiuder solo ad
Oporto nel 1849 [dove mor], non arrest il moto insurrezionale.
La notte fra il 9 e il 10 marzo ad Alessandria aveva inizio un
moto militare guidato da una giunta che subito proclam la sua
adesione alla Costituzione di Spagna, e che era composta in buona
parte da borghesi democratici. A Torino un tentativo di provocare
la sollevazione della citt da parte di un piccolo reparto della
guarnigione non ebbe successo: ma questi fatti e quelli di cui
giungeva notizia dalle province gettarono nella confusione la
corte e i suoi consiglieri. Durante le giornate dell'11 e 12
marzo, dopo un tentativo quasi giunto al successo di Prospero
Balbo [allora ministro dell'interno] per indurre il re alla
concessione di una Costituzione bicamerale e fallito quando il San
Marzano [Filippo Antonio San Marzano, allora ministro degli
esteri] rec da Lubiana la notizia della irriducibile opposizione
della Santa Alleanza a ogni costituzione, dopo che la cittadella
di Torino aveva alzato la bandiera rivoluzionaria e mentre i pi
fidati consiglieri del re mostravano con la loro irresolutezza e
inettitudine di essere del tutto impari alla gravit della
situazione, matur la decisione di Vittorio Emanuele primo di
abdicare a favore del fratello Carlo Felice, lasciando il potere
nelle mani di Carlo Alberto con il titolo di reggente.
Carlo Alberto [...] dopo avere sottomano preparato alcune truppe
fedeli, con esse si rec il 22 marzo nel campo di Novara, dove il
maresciallo Vittorio Sallier de La Tour riuniva le forze realiste.
La giunta rivoluzionaria di governo di Torino, di cui divenne
allora anima il Santarosa, come reggente il ministero della
Guerra, moltiplic i suoi sforzi, dichiarandosi tuttavia fedele al
re Carlo Felice, considerato prigioniero degli Austriaci. Ma la
confusione e lo scoraggiamento che ormai serpeggiavano nelle file
dell'esercito e la scarsa partecipazione del paese alla
rivoluzione avevano gi liquidato ogni speranza di successo: s
che alle truppe austriache, venute in soccorso del de La Tour, fu
facile battere interamente le truppe costituzionali dopo un rapido
scontro avvenuto l'8 aprile 1821 presso Novara.
